Il Mediterraneo potrebbe esser inteso come la media di tutte le terre o meglio di tutti i domini che amichevolmente si scambiano notizie e informazioni, tra una configurazione e un’altra.
Non a caso, nel tempo, la storia dell’uomo si distribuisce dall’Africa attraverso, in senso stretto, il “mezzo mediterraneo”.
Lo sviluppo dell’uomo, dai suoi motivi ancestrali, si è orientato verso una via geografica capace di rappresentare un ponte per i nuovi mondi. Dal Mediterraneo si diparte il continente Europa, per poi finire alle limitrofe terre del pianeta. Nelle testimonianze archeologiche si hanno risultati alquanto poco inconfondibili circa l’origine della nostra attuale specie, l’Homo Sapiens Sapiens o essere umano, a partire dai progenitori insediati in Africa. Come tutti i ponti, il Mediterraneo è stato tra i più efficaci. Un ponte, da un punto di vista progettuale e strutturale, non è altro che un’opera antropica, più o meno moderna, capace di assorbire le sollecitazioni compressionali e trazionali esercitate, al fine di mettere in collegamento due aree, altrimenti separate, in un unico semplice orizzonte fisico. Da un punto di vista socio-culturale, il ponte metaforico e geografico esercita la stessa funzione, assorbendo le sollecitazioni proposte dai mondi entrati in connessione e permettendo agli stessi di stare in quell’unico orizzonte fisico definito oggi “globalizzazione”.
Potremmo interpretare il Mediterraneo come fruitore tecnologico del fattore tempo, ossia la rete capace di avviare un processo sia di espansione, che di sviluppo; un po’ come la politica o l’assioma del concetto sulla quale la rete odierna, internet, si fa forza.
Il nostro ambiente mediterraneo, oltre ad esser unico per le valenze bio-geologiche, contiene, nonostante gli antichi intrecci storico-culturali, il dominio orogenico complessivo più giovane della Terra. Dai sentimenti più o meno tumultuosi di questo ellissoide, si originarono le prime due grandi Orogenesi: la Caledonica e l’Ercinica. Dalla prima nacquero principalmente i domini dei paesi scandinavi e dalla seconda il cosiddetto “Dominio Mesoeuropeo”, oltre ai domini di smembramento della Pangea. Alla fine del Paleozoico si unirono tutte le terre e poi, per capriccio, tornarono in giro tra le acque di un’antica Pantalassa. Dall’amore e incastri di queste logiche, dai litigi e rifiuti del loro gioco, le due vecchie tettogenesi furono dei genitori per l’ultima orogenesi terrestre attualmente in corso, ossia l’Orogenesi Alpina-Himalayana. Ordunque s’impostarono le ossature dello scheletro Italia, con un “capo” un po’ “alpino”, un “vestito appennino” e un’isola tanto marina: la Sicilia.
Il Mar Tirreno, da un punto di vista geodinamico, non è altro che un bacino di retroarco, rispetto alle falde che costituiscono gli Appennini. Inoltre, dato che l’Africa ha deciso di andar contro tempo, con la sua rotazione antioraria costringe i domini in questione verso un avanzamento orientale a ridosso della piattaforma Adria. L’Africa, essendo più nobile di un’Europa piena di artefici e non pretendendo di scavalcare nessuno, sottoscorre al disotto del dominio europeo, lungo un confine che, in Sicilia, si esprime in una linea immaginaria tra Gela e Catania, ove, non a caso, risiedono sedimenti alluvionali un po’ frammisti e imbastarditi da una doppia origine.
Il vulcano Etna esplica quella logica geodinamica imposta dalla collisione della placca Euro-Asiatica a nord con la placca Africana a sud. L’edificio affonda le sue fondazioni nella Catena Appenninico-Maghrebide a nord e nei depositi quaternari dell’Avanfossa Gela-Catania a sud. La risalita del magma mantellico è permessa da un sistema di faglie crostali e distensive, ubicate nella Sicilia orientale, che costituiscono la cosiddetta Scarpata Ibleo-Maltese. La famosa Timpa di Acireale rappresenta la parte settentrionale di essa. L’insieme di questi fattori ne determina anche la forte sismicità della Sicilia ionica.
Si può interpretare questo enorme vulcano come la valvola di sfogo tra due grandi forze geologiche continentali, corrispondenti rispettivamente agli eserciti incaricati per la loro gestione: il popolo africano, che attende umilmente, come un buon monotono Avampaese di turno, la dominazione arrogante e disordinata europea, costituita da un succedersi di accavallamenti, toppe e scambi di ruolo, necessari per inseguire la corsa verso sud. La corsa al potere, divorare altra materia per accrescere la propria. Si consuma avampaese calcareo e biancastro per accrescere il dominio ferroso e magnesiaco. Gli uomini, sicuri e infastiditi dalla coscienza circa la loro fugace permanenza, ne traggono esempio, invertendo i colori.
La socialità si caratterizza e diviene conseguenza dell’ambiente in cui si sviluppa, tramite uno scambio osmotico tra la natura e l’uomo, sempre in stretta correlazione in un enorme processo di concause.
Mi sa che Charles Darwin aveva proprio ragione!
Pertanto, sembra strano a dirsi a una società caratterizzata esclusivamente da confini politici e istituzionali, ma la nostra Sicilia risulta per metà di pertinenza africana, Dominio Ibleo, e per metà di pertinenza europea, con un dominio alloctono e, principalmente, di origine iberica, sia geograficamente, che petrograficamente, costituente soprattutto l’impalcatura dei Monti Peloritani, derivanti dalle coste francesi. Il Dominio Sicano, ormai coinvolto in questa rivoluzione, si associa alla dimensione europea per la tettogenesi profonda subita, anche se i suoi sentimenti primitivi continuano ad aver quel sapor nerastro. Il Maghreb tunisino, che attraversa la Sicilia tramite le Madonie, i Nebrodi e l’interruzione peloritana, ripercorre l’intero stivale sino alla curvatura delle Alpi. Da quest’ultimo si diparte praticamente lo stesso motivo sia verso ovest, con le Betidi spagnole e la curvatura di Gibilterra, sia verso est, con i Carpazi, le Dinaridi e le Ellenidi greche, le Tauridi e le Pontidi nei pressi del Mar Nero e Caspio, sino ad arrivare al completamento di questa lunga cicatrice con la Catena dell’Himalaya, limite estremo di quest’ultima orogenesi. Non contenta, per i più scettici, la nostra amata orogenesi lascia al suo passaggio, in eredità, un profumo ofiolitico che sottolinea in grassetto ferro-magnesiaco l’andamento della sua azione, tramite il relitto di una Tetide ormai smembrata e scomposta.
Ecco configurato l’ultimo equilibrio geodinamico del nostro geoide. Si può riflettere sul fatto che senza le vicende geologiche mediterranee, non si sarebbe potuto costruire il nostro mondo, così come la configurazione attuale lo presenta.
https://magazine.darioflaccovio.it/2012/04/06/una-particolarissima-geopolitica-del-mediterraneo/
La Geologia, come tutte le scienze, possiede la capacità di sviscerare ciò che è intrinseco. Dall’Es freudiano si volge all’Io conscio e la scienza si rivoluziona.
E’ la nascita dell’intelligenza.
Nel dettaglio della satira, si può affermare che, ad esempio, le nordiche Dolomiti sono costituite dallo stesso ancestrale carbonato di calcio dei terroni Monti Iblei o della piattaforma Apula. La nostra cara Sardegna, insieme a parte della Sicilia e Calabria, sono dei territori che impostarono il loro cammino con una giravolta antioraria, a partire dalle coste dall’accento elegante, verso un innesto africano ed il tutto in tempi recentissimi, ossia nell’ultima scarsa decina di milioni d’anni; qualche minuto nella tempistica della tartaruga Terra.
Il tempo dell’esistenza dell’uomo diviene istantaneo ed egli, restando basito con un’espressione olocenica, ne acquista coscienza della sua incoscienza. L’esempio più clamoroso si manifesta grazie alla maieutica socratica, nel semplice verso “so di non sapere”. L’arte si mescola e la melodia divien partecipe dei tempi, lasciando per fossili le note dell’animo nel pentagramma della storia terrestre.
Le terre si stravolgono e si denudano dalle loro maschere, portando in Sicilia un tocco di francese in più, rispetto alle altre dove si pensa piuttosto di esserlo nella forma. Forse, in realtà, siamo ancora più frammisti di quello che si pensa, considerando anche le nostre passate dominazioni storiche e socio-culturali.
Gli equilibri politici sono totalmente stravolti e la chiave di lettura risulta alquanto diversa dalle certezze da sempre accettate. Il ruolo del Geologo è determinante nella società, non solo per la prevenzione e la progettazione alla quale deve rispondere durante la sua prassi professionale, senza riserve di irresponsabilità, ma grazie all’informazione apportata in fase preliminare, riesce, a volte, a ribaltare i giochi delle carte da sempre accettati.
La bellezza della nostra configurazione geodinamica è paragonabile, ad esempio, alla placca di Nazca, nel sud del Pacifico, che sottoscorre alla placca sud-americana dando origine alle Ande; oppure, considerando limiti di placche in rapporti tra di loro diversi dai precedenti, la nostra configurazione rappresenta un limite come quello che esiste in California, dove la placca nord-pacifica trascorre con quella nord-americana.
A questo punto bisogna capire che ciò rappresenta qualcosa di eccezionale e unico, caratteristico di pochi territori nel mondo, appezzamenti di logiche decisionali per lo sviluppo terrestre.
Il prezzo da pagare sono i terremoti e la nostra area è abbastanza sismica, boccone amaro per gli esseri umani poco sensibili.
Ma se paghiamo un prezzo per qualcosa, perché non cercare di acquisirne le migliori aspettative, affinché ogni cosa dia una risposta ad un’altra. Perché non valorizzare sempre più il nostro territorio, con la presenza di figure professionali capaci d’interagire con esso e i loro ospiti, perseguendo politiche di tutela e conservazione del nostro patrimonio bio-geoarcheologico, considerato ormai uno strumento bio-geoterapeutico. La preservazione del nostro territorio e la conservazione di singolarità naturalistiche risultano essenziali per ristabilire gli equilibri naturali, promuovendo una mentalità di educazione e ricerca scientifica, capace di realizzare una giusta integrazione tra uomo e ambiente, diminuendo, ancora, le pericolosità geologiche, quali il rischio sismico, il rischio geomorfologico e idrogeologico di molti settori dell’isola, fine perseguito dalla “Legge quadro sulle aree protette, 394/91”, e dalla “Circolare sugli studi geologici per la redazione di strumenti urbanistici, 2222/95”.
Il vantaggio di tale atteggiamento non si ripercuoterebbe soltanto in una dimensione geoturistica e di sviluppo economico, ma investirebbe positivamente, inoltre, la nostra professione e le altre, oltre e soprattutto la qualità di vita del territorio e della società civile, fine ultimo del nostro lavoro.
Le risorse di ogni individuo sono sempre molteplici. Lo sono perché l’uomo è insediato nel proprio territorio, una struttura, a dir poco, vasta ed estremamente eterogenea.
“Abitare” in un territorio e non averne mai, anche in minima parte, avuto coscienza di alcuni suoi aspetti, equivale a non esser mai “vissuto” su quel territorio stesso.
Un uomo che non conosce il proprio territorio è un uomo destinato a perire nell’oblio fantasioso del suo mondo fittizio.
Un uomo che s’impegna ad aumentare il suo livello di coscienza è un uomo che traduce le sue virtù nel diletto della fantasia. Pertanto, egli è capace di scienza, arte e poesia, o meglio di cervello nelle prime due e cuore alla fine.
L’unione dei termini ne forma un legame indissolubile, forgiato da elaborazione conseguenziale e, quindi, logicità. Così nacque la filosofia e l’uomo si distinse dal suo motivo primitivo.
La Geologia si fa portavoce di questo intero processo, in quanto linguaggio della Terra, nostro grande territorio, espressione d’un Dio.
La cospicua presenza di siti a interesse archeologico e la posizione di cui quest’isola gode a livello geodinamico, rappresentando un limite di dominio geologico che si estende dallo stretto di Gibilterra all’Himalaya, passando non casualmente dalle nostre parti, com’è ampiamente visibile lungo l’Avanfossa Gela-Catania, rende la Sicilia uno dei “geositi” più straordinari del mondo, denunciando la logica e confermando il linguaggio della Terra.
Il Geologo, non solo deve cercare di trovare le migliori soluzioni compatibili alle problematiche del territorio con lo sviluppo e la crescita sociale della Comunità, non solo deve cercare, quindi, di direzionare la Comunità ospite verso direttive capaci d’interagire in piena armonia con il territorio preso in prestito, ma, soprattutto, egli si fa portavoce della Terra, del suo linguaggio e della sua logica, tramite le sue conoscenze, valutando le migliori interpretazioni disponibili del sistema inerziale studiato, espressione entropica dell’universo.
Imparare una lingua significa comunicare, capire ed esprimere.
Tramite la Geologia si discute con Dio.
Aprile 2012
Giovanni Paolo Amenta
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