Ogni storia ha una storia. Ogni casa è una storia. Ogni uomo ha una storia.
Ogni casa è una storia perché ogni uomo ha una storia.

L’esistenza dell’individuo si fortifica sulle esperienze accumulate durante il suo percorso, gioco forza della vita e senso unico della propria strada.

Mattone dopo mattone, cresce il senso di smarrimento che noi tutti affrontiamo e vediamo negli occhi d’ogni anima.

Esiste una medicina, capace e seducente, illusoria e oppiante, ma sicuramente efficiente per destare l’individuo e creare una speranza, quel motivo d’esistenza che noi uomini continuamente ricerchiamo: la storia.

Nella riproduzione la natura trasporta ogni forma di energia accumulata nelle esperienze genetiche. Ogni successivo diviene, così, qualcosa di più raffinato e capace d’intraprendere una nuova sfida, per poter trascinare con sé la storia.

L’uomo sin da sempre è stato parte integrante di questo percorso, sia come mammifero, che come luogo del pensiero. Si è man mano organizzato, cercando i mezzi più efficaci a tale scopo; la forma più ancestralmente riconducibile a tale esigenza è la comunicazione, la lingua e l’arte. Un gesto non solo orale, ma soprattutto mimico, pittorico, che ha permesso allo spirito fisico di portar con sé, ancora una volta, la storia.
Egli ha organizzato la sua vita secondo le esigenze dettate dalle convulsioni della natura. Così, quando, la notte, arrivava il freddo, l’uomo ha capito che doveva ripararsi. Ancora, per l’inverno intero e, poi, per le piogge. Iniziò il suo percorso mentale e fisico di territorialità. Alla fine si distinse, per la differenza che riuscì a trarre da un medesimo loco, una differenza fisica da quella metafisica. Nacque il concetto di edificio e casa, insieme a quello del quieto vivere e del senso del gusto. Tutto diventa pervaso di energia progettuale, dalla geoingegneria alla dimensione confinata di una tela appesa nell’applauso conclusivo dell’equilibrio fisico-meccanico. La percezione, allora, perviene e diviene forma: la tela, stavolta, si sconfina da sé e l’uomo esiste.

L’edificio è custode di esistenza, la stessa che lasciamo ogni giorno a casa.
Nell’edificio s’iniziò a racchiudere ogni forma di percezione fisica, ingegneristica e architettonica, rispettivamente progressiva, per cercare di sfruttare al meglio la forza di gravità, l’ingegno e l’esigenza del bello o del vivibile. Dalla prima esperienza nacque la crescita sperimentale, con tutte le implicazioni e le conquiste della scienza, che essa stessa ha servito sin ora. L’ingegno fu vanto dell’uomo per sviluppare le coscienze acquisite, creare dei mondi che funzionassero e sfidassero il concetto di pragmatismo. Una mano leva l’altra e le rotelle dentate si aiutano a vicenda, mutui incastri della meccanica, che raffinano i risultati dell’ingegno, cosiddetto di ordine civile. La catena si conclude con la dimensione più bella che possiede l’uomo, trasferire la sua storia nella storia dell’edificio che contiene casa sua. La storia si registra e i popoli si tramandano le loro imprese, mescolano i loro gusti e conservano esperienza, ingegno e, ancora, sino alla nausea, storia. Il massimo esempio fu dato da Colui, inseguito dal Da Vinci nella sua opera. La nostra Terra conserva la sua storia e la Geologia si propone come mezzo di riassunto di coscienza, ingegno e, di nuovo, storia. Un’organizzazione come un’altra, di cui aveva bisogno, quel giorno, Dio. Il Suo edificio dove custodire il Suo Regno. A immagine e somiglianza l’uomo se ne compiace della logica dell’Autore e ne vive il suo caso custodendo l’anima nel suo corpo, il motivo nella tela. Il custode della storia diviene, quindi, l’uomo stesso.

Se si esiste senza storia, come risponder di sì, forse neanche un non senso lo può fare. Il non essere ne è tentato.

Ogni rudere che s’incontra per strada, nelle campagne e nei centri storici dei paesi e delle città, è una storia che non merita l’indifferenza. Anonimo è ciò che non ha storia. Magari, solo quegli ostacoli per eccellenza a ogni gusto e, con essi, le anonime palazzine, sarebbero il non essere. Una casa, in pietra a secco, sommersa dalla Formazione Terravecchia, cioè la “storia” del riempimento d’un bacino per smantellamento delle falde di contorno, testimonianza e scarto d’un motore geodinamico, sperduta col suo albero nella collinetta morbida e rotonda, dalle dolci curve e i prati verdi, non merita almeno uno sguardo al tramonto e il pensiero d’una famiglia sudata, alla sera, che trovava la sua storia nella casa, custodita dall’edificio.

Purtroppo, ancora una volta, la storia si dimentica; l’equilibrio e la fatica di un percorso sono andati perduti. Oggi molte realtà, visioni razionalizzate dall’architettura, del tutto singolari, vengono sempre più spesso lasciate a se stesse, a quel processo erosivo che viene innescato, non dai venti e neanche dai ghiacciai o dai fiumi, ma dall’incuria dell’uomo e dalla mancanza di rispetto verso sé stesso. Milioni di squarci di tutti i nostri centri storici, di ciò che chiamiamo “vecchio continente europeo”, di ciò che ci permette di esser matrice per il resto del mondo, stanno man mano cedendo le armi. La loro fatica volge sempre più al termine, come mostrato da qualsiasi analisi speditiva dei quadri fessurativi di solito presenti, cicatrici e rughe capaci di denunciare e manifestare il loro senso caparbio alla resistenza. Poveri e vecchi edifici fatiscenti. I centri storici si svuotano di anime, depressi e soli, sognano i loro tempi, quei bambini che vi correvano, una signora raccolta nella stoffa del suo sentire e predicare, e nel frattempo la nostra storia scompare. Ragusa, “Ragous” dai bizantini, ossia granaio, ricchezza agricola, fuoco barocco della Val di Noto dal 1700, centro pulsante antico di cultura e di gusto, bianco, bello e buono, come il suo basamento d’avampaese, pieno di tanti edifici e rispettive case, cosparse di sabbia, maschere e giochi, diviene teatro d’abbandono e smarrimento dell’uomo. L’uomo, che oggi provvede ad un parcheggio, capace di contenere “mezzi” materiali, non si cura di sostenere le mura d’un edificio, che gli ha permesso tutt’oggi di pianificare e, pertanto, d’esser tale.

Nessuna attenzione, e, in un attimo, egli, l’edificio, abbandona le redini, si rilassa da un lato, ove andava forzato prima di toglier ogni suo sostegno morale e poi fisico. Stanco, allenta la presa; si sviluppa e aumenta la trazione. Egli non ce la fa più e continua a lasciare, a mollare. Incontra la signora più nera, o morte, e vince finalmente la sua flessione, istigata dalla leggi più sovrane, il sentire della “gravità” alla fine d’ogni cosa, sia alla fine d’un processo, legge più morale, che alla fine d’un qualsiasi orizzonte maledettamente fisico, accezione gravitazionale.

La storia è finita.

Agosto 2012

Giovanni Paolo Amenta
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